| PREFAZIONE: Yep, la sto riscrivendo. Registro più alto, linguaggio più raffinato. Deve essere IMPECCABILE. Si, sono una perfezionista perfettina del menga. Buona lettura. _______________________________________________________ VENICE, capitolo primo: "Nozze d'inverno"“Sei sicura di quello che stai facendo?” chiese Elisabeth a sua sorella, lady Catherine. “Si,” sospirò quest’ultima con rassegnazione, aggiustandosi l’orlo di pizzo candido del vestito da sposa, “è l’unica soluzione. Preferisco sposare un uomo ricco che non amo piuttosto che vedere la mia famiglia sul lastrico a chiedere l’elemosina.”.
Sembrava quasi un angelo, in quel vestito meraviglioso che sembrava fatto di nuvole. Strinse tra le mani delicate il bouquet di rose bianche e innocenti margherite, pensando a quello a cui andava incontro. In quella piovosa mattina di novembre, nella grigiore dell’umida nebbia londinese, avrebbe sposato l’uomo più ricco ed influente d’Inghilterra, il Duca di Buckingham, primo ministro della regina Victoria. Vent’anni più vecchio di lei. Era stata per un paio d’anni la sua cameriera, fin quando lui non le aveva dichiarato il suo amore e l’aveva chiesta in moglie. Quale occasione per lei, diciassettenne di modeste origini cresciuta nella sporca e malfamata periferia! Sarebbe diventata, da lì a poco, la moglie del primo ministro inglese. Avrebbe vissuto in lussuosi palazzi barocchi, circondata da servitori che avrebbero assecondato ogni suo desiderio e che le avrebbero dato del voi. Ma soprattutto avrebbe potuto aiutare sua madre e sua sorella, che dopo la morte del loro marito e padre vivevano sull’orlo della miseria.
I cavalli trainavano vigorosamente la carrozza, incitati dal cocchiere, ed il rumore dei loro zoccoli risuonava sul selciato e nelle pozzanghere. La ragazza desiderava ardentemente che rallentassero, conficcava le unghie nel velluto che rivestiva la seduta come se, così facendo, potesse riuscire a fermare la carrozza. Da lì a poco tempo sarebbe invecchiata tutta di un colpo, inesorabilmente, senza la possibilità di tornare indietro. Provava allora una sensazione molto simile alla paura.
Sua madre, seduta di fianco a lei, sorridendo le sistemava i boccoli ramati e coprì col velo il volto della giovane sposa. Per apparire benestante aveva fatto del suo meglio, povera donna. Aveva raccolto i lunghi capelli grigiastri in una crocchia intrecciata sulla nuca ed indossava un lungo vestito color carta da zucchero, pudicamente accollato e, naturalmente, non suo. Ma nemmeno un collier di diamanti sarebbe bastato a nascondere le sue umili origini.
La carrozza si fermò davanti all’abbazia di Westminster, bardata a festa per il grande evento. Charles, il fedele maggiordomo del Duca di Buckingham, prese la giovane sposa orfana di padre sottobraccio per accompagnarla all’altare, dove l’aspettava lo sposo elegantissimo più che mai. Non appena Catherine varcò la soglia della chiesa gremita di gente, tutti appartenenti all’alta società londinese, tutti si voltarono simultaneamente nella sua direzione. Le dame presenti iniziarono a sussurrarsi pettegolezzi nascondendosi dietro gli ampi ventagli di piume, indiscrezioni che la giovane sposa non ebbe il coraggio di ascoltare, un po’ per vergogna, un po’ perché il chiacchiericcio era coperto dalla marcia nuziale. Riuscì a cogliere le parole “sguattera”, “mantenuta”, “sgualdrina”, ma si sforzò di credere che non fossero rivolte a lei.
Si appoggiava al braccio di Charles, avanzando insicura lungo l’ampia navata, verso il suo triste destino. Ad ogni passo sentiva la sua giovane spensieratezza che la abbandonava, lasciando il posto ad una sensazione di amarezza e di rabbia impotente che le pesava sul cuore. Nascosta dal velo di pizzo, vestigia di una celebre tradizione di una famiglia non sua, una lacrima scivolò furtiva lungo la guancia resa candida dalla cipria, scendendo dagli occhi tristi color del cielo d’inverno.
Oh, how much more beauty beauteous seem, By that sweet ornament which truth doth give! The rose looks fair, but fairer we it deem For that sweet odor which doth in it live. The canker blooms have full as deep a dye As the perfumed tincture of the roses, Hang on such thorns, and play as wantonly When summer's breath their masked buds discloses. But for their virtue only is their show They live unwooded and unrespected fade. Die to themselves. Sweet roses do not so. Of their sweet deaths are sweetest odors made. And so of you, beauteous lovely youth, When that shall fade, by verse distills your truth.
[Sonnet 54, William Shakespeare]http://i25.tinypic.com/2j5xcn.pnghttp://it.netlog.com/Psychosis_Dementia |